Letture
Settimanali Archivio - Preleva questo documento in formato .pdf (Acrobat Reader) 'Seconda conferenza' Un estratto da John Main OSB, “Seconda conferenza” Conferenze al Getsemani” in “Imparare a meditare nella tradizione cristiana” (Berti, Piacenza - 2005), p. 46-48 Dobbiamo
quindi riporre molta cura nell’uso di termini come "rinuncia
a sé". Nella preghiera noi veramente cerchiamo di volgere
il nostro intero essere alla contemplazione della bontà di Dio,
del suo infinito amore. Ma questo possiamo farlo, con un qualche grado
di efficacia, quando per prima cosa saremo davvero giunti in prossimità
di noi stessi. La preghiera, di per sé, è la via per sperimentare
la verità delle parole di Gesù: "Chi cercherà
di conservare la sua vita, la perderà; chi avrà perduto
la propria vita per me, la ritroverà". Ma dobbiamo intraprendere
un passo preliminare. E questo primo passo consiste nell’ottenere
la sicurezza necessaria per deporre la nostra vita nella povertà
di questo unico versetto, nella meditazione. Questa è la straordinaria
importanza della comunità cristiana – quando viviamo con
i fratelli, facendo l’esperienza di noi come riveriti e amati, si
costruisce la sicurezza necessaria per entrare nella preghiera, dove praticare
questa povertà totale, questa totale rinuncia. E la cristiana rinuncia
a sé è sempre un affermarsi in Cristo.
La meditazione e la sua povertà non sono forme di autonegazione. Non siamo in fuga da noi stessi, e neppure ci abbiamo in odio. Al contrario, la nostra è una ricerca di noi stessi ed è esperienza della nostra personale ed infinita capacità di essere amati. L’armonia del vero Sé che è al di là di ogni egoismo, al di là di ogni attività egoica, è ben testimoniata nella tradizione cristiana. Santa Caterina da Genova lo esprime in maniera succinta: "Il mio me è Dio, io non conosco altro me che esso mio Dio". Ma per giungere alla nostra individualità – ed è a questo invito che rispondiamo nella meditazione – o, detto nel più felice e forse più accurato linguaggio orientale, per realizzare noi stessi – dobbiamo passare attraverso l’esperienza radicale della povertà personale, con un abbandono risoluto. E nella nostra resa, quello a cui moriamo è, secondo il pensiero Zen, ne l’io né la mente ma piuttosto l’immagine dell’io e della mente con la quale abbiamo erroneamente identificato il nostro vero essere. Questa non è una proposizione che, nel linguaggio della Nube, dobbiamo "interpretare con abilità ingegnosa". Ci viene invece indicato come quello a cui rinunciamo nella preghiera sia, essenzialmente, irrealtà. E il dolore della rinuncia sarà proporzionato all’ampiezza del nostro coinvolgimento con l’irreale, all'ampiezza di quanto abbiamo ritenuto reali le nostre illusioni. Nella preghiera ci spogliamo dell’illusione dell’io separatore: compiamo questo con un deciso atto di fede, concentrando tutto il nostro sé lontano dall’idea di noi, concentrandoci sul vero Sé, da Dio creato, da Gesù redento, tempio dello Spirito Santo. Medita per trenta minuti. Ricorda: siediti. Resta seduto con la schiena eretta: chiudi gli occhi delicatamente. Resta rilassato ma vigile. In silenzio, interiormente, comincia a pronunciare una sola parola. Noi suggeriamo il mantra 'Maranatha'. Recitalo scandendo le quattro sillabe di eguale lunghezza. Ascoltale mentre le pronunci, gentilmente ma continuamente. Non devi pensare o immaginare nulla di spirituale o altro. I pensieri e le immagini si proporranno ma tu limitati a lasciarli passare. Mantieni la tua attenzione al mantra con fedeltà, umiltà e semplicità, dall'inizio alla fine della tua meditazione. Dopo la meditazione da Rumi - “Nessuna bandiera” da THE ESSENTIAL RUMI, tr. Coleman Barks with John Moyne (Edison NJ, Castle Books - 1997), p. 28-29 Nessuna bandiera Io
desideravo acquirenti per le mie spade. |