Letture Settimanali
settimana del 4 maggio 2008

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'Undicesima lettera'

Un estratto da Laurence Freeman OSB, “Letter Eleven,” WEB OF SILENCE (London: D L T, 1996),
p. 116-118

Ogni tanto, per grazia e fede e per la semplicità del mantra, possiamo pervenire ad una pace e serenità profonde. La nostra esistenza conscia diventa armoniosa e riflette dal profondo nel nostro essere la calma e la gioia della vita risorta del Cristo. Corpo  mente e spirito si sposano nella pace, come una coppia che dopo molti litigi torna alla bontà e all’amore essenziali della loro relazione. La mente vede i suoi interminabili monologhi interiori e la sceneggiatura delle sue ansie, venire improvvisamente meno, calmarsi meravigliosamente. Diventa silenziosa, sorpresa della sua capacità di stare immobile (forse non consapevole che con il pensare non è ancora del tutto immobile!) e della sua capacità di lasciare andare desideri e paure compulsive.
 
Poi ci sono momenti – forse attimi fuggevoli – quando veniamo condotti interamente fuori da noi stessi. Non stiamo dormendo. Ma non siamo neanche svegli nel solito senso. Anzi, paragonato a questo,  il nostro solito stato di veglia è più come un sogno che uno star svegli. La chiarezza di coscienza di cui godiamo è presente perché l’Io che ne vuole godere è scomparso.
 
“Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.” San Paolo, che descrive questo stato transpersonale e trascendente il sé, è un Buddista o un panteista? Chi è l’Io che non vive più? Chi è il me nel quale solo Cristo, immagine perfetta del Dio invisibile, vive? Queste sono importanti domande aperte.  Ma la loro importanza si presenta solo dopo l’evento. Durante il semplice stato di unione queste domande, come tutti i pensieri, sono consumati dalla pura presenza di “Colui che veramente è”.
 
Torniamo nella realtà ordinaria e ci ricordiamo dell’ultimo pensiero avuto prima che tale esperienza si verificasse – la nostra sete, il credito bancario, i problemi che i nostri figli stanno affrontando. In breve siamo assorbiti dai nostri pensieri quotidiani e familiari. Dio diventa uno scopo che cerchiamo di raggiungere o capire, o un ricordo per il quale proviamo nostalgia, piuttosto che l’ “IO SONO” dell’ amore che inonda il nostro intimo essere.
 

I primi monaci cristiani conoscevano bene questi stati passeggeri della vita spirituale. Cassiano scriveva del “sonno letale” della preghiera quando la mente gode di un’attività tranquillizzante e di sentimenti sono intorpiditi. È una forma di “sonno del Getsemani” degli apostoli. Cassiano descrive anche la “pace perniciosa”, un’espressione forte che si riferiva alla calma emozionale e mentale alla quale cerchiamo di aggrapparci non appena ne diveniamo consapevoli. Nessuno di questi stati, di estasi, sonno o consolazione, sono il fine della preghiera. Per quanto attraenti possano essere, o penoso perderli, c’è un altro scopo. Una condizione di completa semplicità che richiede niente di meno che tutto, come diceva  Giuliana di Norwich. Povertà di spirito, povertà del cuore. Lo stato combinato delle Beatitudini. Vita in Cristo… è lo stato nel quale la mente si fonde con il cuore, non solo per pochi attimi senza tempo, ma permanentemente e risolutamente. Come una candela che brucia in uno spazio senza vento. Come l’uomo che ha costruito la sua casa sulla roccia del vero Sé piuttosto che sulla sabbia dell’ego.

Medita per trenta minuti. Ricorda: siediti. Resta seduto con la schiena eretta: chiudi gli occhi delicatamente. Resta rilassato ma vigile. In silenzio, interiormente, comincia a pronunciare una sola parola. Noi suggeriamo il mantra 'Maranatha'. Recitalo scandendo le quattro sillabe di eguale lunghezza. Ascoltale mentre le pronunci, gentilmente ma continuamente. Non devi pensare o immaginare nulla di spirituale o altro. I pensieri e le immagini si proporranno ma tu limitati a lasciarli passare. Mantieni la tua attenzione al mantra con fedeltà, umiltà e semplicità, dall'inizio alla fine della tua meditazione.

Dopo la meditazione

Una selezione da “Shvetashvatara Upanishad,” in THE UPANISHADS,
tr. E. Easwaran (Tomales, CA: Nilgiri Press, 1995) p. 223

Il Signore dell’Amore, onnipresente, che abita
nel cuore di ogni creatura vivente,
Tutto misericordia,  fa volgere ogni viso verso di sé.

Egli è il Signore supremo, che attraverso la sua grazia
ci muove a cercarlo nei nostri cuori,
Egli è la luce che brilla per sempre.

Egli è il Sé interiore di tutti,
Nascosto come una piccola fiamma nel cuore.
Solo dalla mente calma può essere conosciuto.
Coloro che realizzano lui diventano immortali.