Letture Settimanali
settimana del 27 aprile 2008

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'Il labirinto'

Un estratto da Laurence Freeman OSB, GESU' IL MAESTRO INTERIORE
(Ed. Dehoniane - Bologna, 2000), pag. 286-287

Siamo finalmente pronti a mettere in pratica il distacco da quanto consideriamo istintivamente il nostro bene più prezioso, la nostra identità separata? A questo punto è della massima importanza il nostro rapporto con il Maestro (Gesù). Ci permette di rischiare la nostra morte. Ormai la disciplina del mantra ci ha portato al senso fortificante del discepolato che ci permette di distaccarci. Possiamo lasciare il nostro sé, proprio perché sappiamo di essere uniti, di non essere più soli. Le parole di Gesù si realizzano nella nostra esperienza:

“Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. (Lc 14, 33)

Se vogliamo abbracciare l’eternità della pienezza dell’essere (l’IO SONO, di Dio), dobbiamo prima affrontare la dura realtà della transitorietà e del vuoto. C’è sempre la tentazione di ridurre l’intensità, di sprofondare in un livello inferiore di consapevolezza, perfino di addormentarsi. Il Buddha ammoniva a non oscurare la mente, in questa o in qualsiasi altra fase del cammino, con sostanze inebrianti... Gesù esortava tutti ad essere pienamente consapevoli:

“State attenti, vegliate. Voi non sapete quando sarà il momento preciso... Vigilate, dunque, perché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte, o al canto del gallo o al mattino. Se egli giunge all’improvviso non dovrà trovarvi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate”. (Mc 13, 33.35-37)

Nella lettera agli Efesini, Paolo dice che questo stato di veglia conduce ai “poteri spirituali di saggezza e di visione”, fino alla gnosis, o conoscenza spirituale. Ma, nonostante la fede più profonda, il triste senso di separazione non scompare immediatamente anche quando comincia a splendere la saggezza. Il muro dell’ego può sembrare un ostacolo insormontabile, un punto morto che non ci lascia andare in alcun luogo. Ma, come ci ricorda la <resurrezione, quella che ci appare e sentiamo come la fine non lo é. Se affrontiamo l’egoismo in cui ci trinceriamo e ne riconosciamo la lenta morte, la meditazione ci aiuterà a verificare la nostra Resurrezione nella nostra esperienza.

Medita per trenta minuti. Ricorda: siediti. Resta seduto con la schiena eretta: chiudi gli occhi delicatamente. Resta rilassato ma vigile. In silenzio, interiormente, comincia a pronunciare una sola parola. Noi suggeriamo il mantra 'Maranatha'. Recitalo scandendo le quattro sillabe di eguale lunghezza. Ascoltale mentre le pronunci, gentilmente ma continuamente. Non devi pensare o immaginare nulla di spirituale o altro. I pensieri e le immagini si proporranno ma tu limitati a lasciarli passare. Mantieni la tua attenzione al mantra con fedeltà, umiltà e semplicità, dall'inizio alla fine della tua meditazione.

Dopo la meditazione

Una selezione da Sahajananda, LE BEATITUDINI - THE BEATITUDES
(Shantivanam: Saccidananda Ashram, 1999), pag. 6-7

Il giovane ricco che desiderava la vita eterna osservava tutti i comandamenti con sincerità. Ma quando Gesù gli disse “Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri … poi vieni e seguimi” (Mt 10,20-21) il giovane si rattristò perché era molto ricco. Identificava se stesso con le sue ricchezze… senza di esse non aveva vita propria. Con quelle ricchezze non poteva entrare nel regno perché la porta del regno è stretta. Non stretta dal punto di vista dello spazio, ma nel senso che solo gli aspetti essenziali del nostro essere possono passarvi; tutto ciò che è acquisito deve essere lasciato da parte… il regno di Dio è la natura essenziale di ogni essere umano… questo tesoro non può né aumentare né diminuire. Nessun ladro può raggiungerlo e nessuna tarma può intaccarlo.