Letture Settimanali
settimana del 11 novembre 2007

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'Il silenzio dell’amore'

Un estratto da John Main OSB, WORD MADE FLESH (London: Darton, Longman, 1993), p. 28-29

La memorabile frase di San Agostino si rivolge in termini sempre attuali ad ogni generazione di cristiani: “Il mio cuore è irrequieto finché non riposa in Te”. E’ la perenne ed universale ricerca umana a trovare quella quiete e a rendersi conto che trovare la pace significa affrontare la sfida di scendere con i piedi per terra. Abbiamo bisogno di riuscire a trovare la base veramente solida sulla quale si fonda la nostra vita. Essa scorre via. La vita è come la sabbia che scorre attraverso una clessidra. Ma quando vediamo la sabbia scivolare giù ci rendiamo conto che non può essere tutto lì. Sappiamo che deve esserci qualcos’altro di più solido e duraturo…

Fuori, dentro. Perdere, trovare. Questo è il problema che si pone quando parliamo di meditazione. Qualsiasi linguaggio decidiamo di utilizzare, esso inizierà ad alterare alcuni aspetti di questa esperienza nel momento esatto in cui cominceremo ad usarlo. Se io dico “ perdere la vita” non posso spiegarti quanto la nostra vita ci venga donata in modo pieno e profondo. L’idea della perdita ci fa perdere la consapevolezza della vita come dono assoluto, qualcosa che non scorre attraverso una clessidra ma che si espande verso l’eternità.

Il linguaggio riesce con difficoltà a spiegare la pienezza del mistero. Ecco perché il silenzio assoluto durante la meditazione riveste una così grande importanza. Non cerchiamo di pensare a Dio, parlare a Dio o immaginare Dio. Noi restiamo in quel maestoso silenzio aperti all’eterno silenzio di Dio. Scopriamo nella meditazione, attraverso la pratica e l’esperienza quotidiana, che questo è l’ambiente naturale per tutti noi. Siamo stati creati per questo e il nostro essere fiorisce e si espande in quell’eterno silenzio.

La parola “silenzio”, comunque, altera già l’esperienza e forse scoraggia la gente, poiché essa suggerisce alcune esperienze negative, la privazione del suono o del linguaggio. La gente teme che il silenzio della meditazione sia regressivo. Ma l’esperienza e la tradizione ci insegnano che il silenzio della preghiera non rappresenta lo stato pre-linguistico ma post-linguistico nel quale il linguaggio ha completato il compito di guidarci attraverso ed oltre sé stesso e l’intero regno della consapevolezza mentale. Il silenzio eterno non viene privato di nulla, né priva noi di qualcosa. E’ il silenzio dell’amore, dell’accettazione assoluta e incondizionata.

Medita per trenta minuti. Ricorda: siediti. Resta seduto con la schiena eretta: chiudi gli occhi delicatamente. Resta rilassato ma vigile. In silenzio, interiormente, comincia a pronunciare una sola parola. Noi suggeriamo il mantra 'Maranatha'. Recitalo scandendo le quattro sillabe di eguale lunghezza. Ascoltale mentre le pronunci, gentilmente ma continuamente. Non devi pensare o immaginare nulla di spirituale o altro. I pensieri e le immagini si proporranno ma tu limitati a lasciarli passare. Mantieni la tua attenzione al mantra con fedeltà, umiltà e semplicità, dall'inizio alla fine della tua meditazione.

Dopo la meditazione

Una selezione da Santa Caterina da Genova noted in ENDURING GRACE: Living Portraits of Seven Women Mystics, by Carol Lee Flinders (New York: HarperSanFrancisco, 1993), p. 130.

“Io vedo senza gli occhi, e sento senza le orecchie. Percepisco senza sentire e assaporo senza assaggiare. Non conosco né forma né misura; poiché senza vedere io ancora contemplo un’opera così divina che le parole che io prima usavo, perfezione, purezza, e simili, mi appaiono ora come semplici bugie in presenza della verità… Né io posso più dire, “Mio Dio, mio tutto”. Tutto è mio, perché tutto ciò che è di Dio sembra essere totalmente mio. Io sono nel silenzio e persa in Dio”.