Letture
Settimanali
settimana
del 15 maggio 2008
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'Speranza'
Un
estratto da Laurence Freeman OSB, "Hope," THE SELFLESS SELF (New York: Continuum, 2000), p. 151-154
John Main amava distinguere tra speranza e “speranze”. Possiamo avere ogni sorta di speranze per il futuro ma molte devono essere lasciate andare se si vuole fare esperienza della pura speranza – della virtù cristiana della speranza. La speranza è più dell’ottimismo, che è una virtù salutare ma non molto contagiosa. Quando vediamo ottimismo tendiamo a diventare più pessimisti. La speranza è molto più del semplice atteggiamento di guardare il bicchiere mezzo pieno. Possiamo essere pieni di speranza quando – e forse solo quando – tutte le speranze sono state deluse. La speranza può brillare nel mezzo del totale disastro. Possiamo e dobbiamo essere pieni di speranza al momento della morte.
La speranza non è desiderio di qualcosa. Non è sognare a occhi aperti circa qualcosa. È la modalità opposta alla fantasia. La speranza è un fondamentale atteggiamento - potremmo dire tendenza - di consapevolezza. È una svolta verso l’esterno… essere pieni di speranza è fare la scoperta che siamo parti integranti di qualcosa di più grande di noi, e che viviamo con l’energia di quella realtà compiuta. La speranza è un volgersi del sé all’esterno, qualunque sia la difficoltà a restare rivolti verso all’esterno. La disperazione è la resa della consapevolezza alla forza dell’introversione… la speranza è una virtù assoluta, costante e incondizionata. Non bisogna essere pieni di speranza solo quando le cose vanno bene. Bisogna essere speranzosi e in un certo senso scegliere di essere speranzosi, indipendentemente da come vadano le cose, nonostante l’inclinazione ad affondare di nuovo nei recinti sicuri dell’ego.
La speranza è una delle virtù che provengono dalla preghiera profonda. È nella preghiera profonda che volgiamo il nostro sé a Dio, il Dio che è “altro” da noi ma del quale portiamo una somiglianza impressionante , più che con i membri della nostra famiglia o di qualunque essere umano. La speranza è l’aspirazione a essere totalmente a casa. È l’aspirazione più forte del nostro essere.
L’amore richiede un certo grado di speranza perché nasca. La persona che dispera non riesce a vedere né a rispondere alle opportunità dell’amore. Ma l’amore stimola anche splendidamente il fiorire della speranza e si espande, per coprire l’intera consapevolezza nei suoi momenti più intensi. Essere pieni di speranza è essere consci dello Spirito Santo nella nostra vita. Essere pieni di speranza è essere ispirati, che significa essere attraversati da una continua “in-spir-azione” dello Spirito. Vivere nella speranza significa godere il continuo soffio dello Spirito nella nostra vita. E’ il prolungamento di quel momento specifico in cui Gesù ha soffiato sui suoi discepoli quando è apparso a loro dopo la Resurrezione. È questo soffio di Gesù e dello Spirito Santo in noi, che è il dono.
La speranza dunque implica gratitudine. Il dono per il quale siamo eternamente grati è il dono della preghiera incessante. La ripetizione continua del mantra ci conduce in questa preghiera che è simile al fluire dell’energia pura in un sistema che ha perso il suo equilibrio ecologico. Riacquistiamo la purezza dell’essere, ci ricordiamo della nostra bontà fondamentale, attraverso il versamento nei nostri cuori di questo amore puro di Dio, lo Spirito Santo mandato da Gesù.
Se avete visto le Cascate del Niagara, ricorderete la splendida forza delle cascate là dove si rompono. Nel punto in cui l’acqua cade, essa è straordinariamente immobile, quasi una lastra di vetro. L’immobilità della nostra meditazione è simile a quel punto dove la potenza infinita di Dio cade in noi, inonda il nostro cuore più intimo, rinvigorendo e trasformando le nostre vite.
Medita
per trenta minuti.
Ricorda: siediti. Resta seduto con la schiena eretta: chiudi gli occhi
delicatamente. Resta rilassato ma vigile. In silenzio, interiormente,
comincia a pronunciare una sola parola. Noi suggeriamo il mantra 'Maranatha'.
Recitalo scandendo le quattro sillabe di eguale lunghezza. Ascoltale
mentre le pronunci, gentilmente ma continuamente. Non devi pensare o
immaginare nulla di spirituale o altro. I pensieri e le immagini si
proporranno ma tu limitati a lasciarli passare. Mantieni la tua attenzione
al mantra con fedeltà, umiltà e semplicità, dall'inizio
alla fine della tua meditazione.
Dopo la meditazione
Una
selezione da San Filoteo del Sinai, "Testi sull’Attenzione," LA FILOCALIA, Vol. III, ed. Palmer, Sherrard, & Ware (London: Faber and Faber, 1984), p.25-26
In ogni ora e in ogni momento, sorvegliamo il nostro cuore con tutta la diligenza possibile dai pensieri che oscurano lo specchio dell’anima; perché in quello specchio Gesù, ovvero la saggezza e il potere di Dio (I Cor. 1, 24) è presente e luminosamente riflesso. E cerchiamo incessantemente il regno dei cieli nel nostro cuore (Luca 17, 21) e il seme (Luca 13, 19) e la perla (Matteo 13, 45) e il lievito (Matteo 13, 33). Infatti, se puliamo l’occhio dell’intelletto troveremo ogni cosa nascosta in noi. […]
Proseguiamo sempre con il cuore completamente attento e l’anima totalmente consapevole. Perché se l’attenzione e la preghiera vengono unite ogni giorno insieme, diventano come il carro di fuoco di Elia (Re 2, 11), che ci innalza verso il paradiso. Che cosa intendo? Un paradiso spirituale, con sole, luna e stelle, si forma nel cuore benedetto di colui che ha raggiunto uno stato di attenzione, o che si sforza di acquisirlo; perché tale cuore, come risultato della contemplazione mistica, è in grado di contenere in se stesso il Dio incontenibile.
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