L’unico mio titolo per intervenire a questo Convegno, è il fatto che sono Abate generale di una Congregazione monastica di ‘cui è membro Padre Laurence Freeman.
Egli ha voluto benevolmente porre sotto il patronato dell’Abate Generale della Congregazione Benedettina di S. Maria di Monte Oliveto la Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana.
Certamente l’argomento della MEDITAZIONE CRISTIANA non è estraneo alla mia esperienza di monaco - ci mancherebbe altro! - anzi, fin da postulante-novizio sono stato esercitato alla pratica quotidiana della MEDITAZIONE, vivendone le difficoltà, le incertezze, le perplessità, ma anche i momenti di profonda gratificazione spirituale che tale pratica assicura (riserva) a chi non si stanca di effettuarla, a chi, nonostante tentativi ritenuti sterili, persevera in essa.
Entrando come postulante a Monte Oliveto, nel luglio 1952, la MEDITAZIONE era fatta in questo modo: il Padre Abate leggeva i tre punti da un libro da lui scelto, e dopo a ciascuno erano dati momenti di riflessione personale.
Era un metodo che suscitava diverse difficoltà nei monaci; per questo già il Capitolo Generale del 1952 stabilì che la MEDITAZIONE fosse fatta, sempre in comune, ma ciascun monaco poteva scegliere personalmente il testo che gradiva di più e gestire individualmente il tempo fra lettura e riflessione.
Tuttavia anche questo nuovo apporto al metodo, non risolse il problema per cui la MEDITAZIONE, a volte, ora per gli uni, ora per gli altri, si trasformava in una “dormitio”, forse anche per l’orario scelto per essa: di solito a mezzodì prima del pranzo ... questa difficoltà accompagnò tutti gli anni della mia formazione.
Negli anni di teologia mi capitò di leggere un testo che riportava tutti i metodi della MEDITAZIONE CRISTIANA curato dal famoso Card. Giacomo Lercaro, ancora riportato nella bibliografia sul tema ... Lo lessi con molta attenzione; esponeva bene i vari metodi: gesuita, lasalliano, carmelitano, vincenziano ... (Curiosa la raccomandazione che S. Vincenzo de Paoli alle sue Suore e ai suoi preti missionari: “Come ogni mattino, per quante cose avete da fare, dedicate il tempo a vestirvi, così dovete dedicare il tempo alla meditazione”. Col Concilio Vaticano II, nel nostro ambiente monastico, si superò il tipo della cosiddetta “MEDITAZIONE” scoprendo sempre più il metodo di antica tradizione monastica della “Lectio Divina” che non solo ha come contenuto fondamentale la lettura della Bibbia, ma tale lettura da eseguirsi in maniera sapienziale e orante della Sacra Scrittura, comprende almeno quattro scansioni: Lectio, Meditatio, Oratio, Contemplatio. Certamente la tappa della Meditazione è basilare; rimane sterile la prima fase, se non segue la fase della MEDITATIO. La MEDITATIO, per essere completata ed inverarsi, non può non svilupparsi meglio, negli altri due momenti. Infatti quanto all’efficacia, secondo l’autore mistico de “La Scala Claustrarium”, il momento della MEDITATIO è da considerarsi per importanza il primo.
Nell’ambiente monastico, nei nostri monasteri, la meditazione è stata sostituita dalla “Lectio Divina”, per lo più lasciata, nella scelta dell’ orario alla libera volontà del singolo monaco, oppure è inserita nell’ orario monastico di ogni Comunità, solitamente non in comune bensì ognuno per proprio conto in cella.
Anche nella “Lectio Divina”, o lettura sapienziale e orante della Sacra Scrittura - come ho già detto - il momento della MEDITAZIONE è vitale. Un tema dunque che attira sempre il mio interesse, sia per il mio proprio cammino spirituale, sia per poter meglio aiutare i fratelli che il Signore ha affidato al mio servizio di Abate, nel progresso della loro vita interore secondo lo stile monastico.
Per questo, quando mi è capitato tra le mani il libro intitolato: “Imparare a meditare nella tradizione cristiana”, che riporta le conferenze tenute all’Abbazia del Getsemani dal monaco Dom John Main nel 1976 (pubblicate in Italia nel 2005) e l’istruzione-riflessione del confratello succitato Dom Laurence, l ‘ho letto con particolare attenzione e interesse.
Nell’introduzione P. Freeman scrive: “Venti anni hanno mostrato che l’enfasi posta da John Main sulla necessità di un ritorno all’esperienza guidata dalla tradizione, tocca il nervo della spiritualità contemporanea.
Il superficiale rifiuto della Tradizione Cristiana, a causa dei fallimenti ... provoca un danno incommensurabile, sia a chi lo compie, sia alla cultura rifiutata”.
MEDITAZIONE
Infatti il carattere proprio della meditazione cristiana è stato colto dal cristianesimo antico nella, sua applicazione e nel suo rapporto con la Bibbia. Spezzato, o affievolito, questo rapporto nei secoli dell’esilio della Scrittura dalla chiesa, si è assistito, nell’epoca della devotio moderna, e particolarmente nell’epoca barocca, a un fiorire di molteplici forme di metodi di meditazione, sempre più schematici e complessi, isolati e assolutizzati, che si applicavano a temi di meditazione sempre più dettagliati (vite dei santi, dottrine dei teologi ecc.), fino a cadere nell’artificiosità, nella macchinosità, nella razionalizzazione e intellettualizzazione, nella ginnastica psicologica. Del resto, ci si trovava nel momento storico dell’emergere e dell’ affermarsi della coscienza riflessa.
Per la Bibbia «meditare» (in ebraico hagah) significa «mormorare», «sussurrare», «pronunciare a mezza voce», e si applica alla Torah, cioè alla rivelazione scritta della volontà di Dio. La meditazione biblica si propone infatti come fine la conoscenza della volontà di Dio, per poterla praticare, vivere, obbedire. Il latino meditari rinvia etimologicamente all’idea di esercizio, di ripetizione che conduce alla memorizzazione, all’assimilazione di una Parola che non deve semplicemente essere capita, ma vissuta, incarnata. La meditazione, secondo la spiritualità monastica, è dunque organica a un atto di lettura che sia «incarnazione» della Parola. Non a caso la terminologia biblica e poi della letteratura cristiana parla di manducazione della Parola, di masticare e ruminare le Scritture. E se l’uso linguistico è arrivato a riservare exercere alle attività fisiche e meditari a quelle dello spirito, è però vero che la meditazione era intesa come applicazione di tutto l’essere personale: «Per gli antichi meditare è leggere un testo e impararlo a memoria nel senso più forte di questo atto, cioè con tutto il proprio essere: con il corpo poiché la bocca lo pronuncia, con la memoria che lo fissa, con l’intelligenza che ne comprende il senso, con la volontà che desidera metterlo in pratica» (Jean Leclercq). Questo legame tra corpo e meditazione, tra lettura orante e gestualità è ben visibile nei molti atteggiamenti motori e nei dondolii del corpo e della testa che ritmano la recitazione dei versetti in scuole coraniche o in scuole talmudiche. Ma anche nei monasteri cristiani la prassi della lectio divina ha sempre cercato di legare corpo e lettura: la parola deve imprimersi nel corpo! Ugo di San Vittore (XII secolo) distingue la cogitatio, che è analisi concettuale delle parole, dalIa meditatio, che è invece immedesimazione. La meditazione dunque muove dalla lettura, ma evolve verso la preghiera e la contemplazione. Capiamo perché la meditazione cristiana ci porti inevitabilmente a far riferimento alla lectio divina, cioè alla prassi di lettura-ascolto della Scrittura condotta non con intento speculativo, ma sapienziale e rispettoso del mistero, che tenta di farne emergere la Parola di Dio per portare il credente ad applicare se stesso al testo e il testo a se stesso in un processo dialogico che diviene preghiera e sfocia nella condotta di vita conforme alla volontà di Dio espressa dalla pagina biblica. Questo processo è stato elaborato come cammino in quattro tappe definite rispettivamente lectio, meditatio, oratio, contemplatio.
La meditazione è l’operazione spirituale (mossa cioè dallo Spirito santo e attuata da tutto l’uomo, corpo e intelligenza) che dall’ascolto della parola conduce alla risposta di preghiera e di vita al Dio che esprime la sua volontà attraverso la parola scritturistica.Questa centra1ità della Scrittura nella meditazione cristiana non è casuale, ma deriva direttamente dal carattere proprio del cristianesimo: Dio si rivela parlando, e la sua rivelazione definitiva è la Parola fatta carne, Gesù Cristo. Perciò la meditazione cristiana sarà sempre la ricerca di appropriazione e, interiorizzazione della Parola di Dio. Se di questa Parola la Scrittura è sacramento, è però anche vero che essa raggiunge l’uomo attraverso le vie dell’esistenza, degli incontri umani, degli eventi della vita. Ma anche allora il credente sarà chiamato a leggere e ascoltare, quindi ad approfondire, a interpretare pensando e riflettendo, a meditare, cioè a dar senso a eventi e incontri, per poi discernere la presenza, la Parola di Dio nel mondo e nella storia, e quindi a vivere conformemente ad essa. Del resto la lettura del libro della Scrittura deve accompagnare quella del libro della natura e del libro della storia.
Si può dunque affermare che la MEDITAZIONE è stata sempre in onore nella spiritualità cristiana, perché, si è sempre sentito il bisogno di riflettere, assimilare, interiorizzare la Parola di Dio, quando Lui ci parla, (e... ) stare in attento ascolto più col cuore che con la mente.
I mistici del medioevo ne misero in evidenza i benefici: senza di essa nulla si può conoscere né si può verificare della propria vita spirituale.
Nei primi decenni del secolo XX, alcuni misero in discussione che la MEDITAZIONE fosse vera preghiera - anche se mentale - : “il pensare non è ancora pregare... ma solo quando il pensiero è sospeso ed il cuore entra in azione, comincia la vera preghiera” (Brémond: Introduction à la Phlosophie de la Prière, Parigi 1929). Però la maggior parte degli studiosi della vita spirituale, sono d’accordo con S. Francesco di Sales che afferma: “La meditazione è il primo grado d’orazione” (Trattato dell’amor di Dio). Comunque la MEDITAZIONE è parte integrante dell’orazione mentale, quale elevazione dell’anima verso Dio, allo scopo di meglio amarLo.
Proprio per questo mi ha appassionato il contenuto del breve e conciso libro, dal contenuto essenziale, perché John Main preferisce parlare della MEDITAZIONE non come di una tecnica o di un metodo, ma piuttosto come di una disciplina, anzi come di un “viaggio interiore” attraverso la semplificazione crescente della mente e la purificazione del cuore.
Tale “viaggio” inizia dai Padri del Deserto, (precisamente) coi due giovani monaci Giovanni Cassiano e Germano, i quali - come tanti giovani occidentali di oggi in cammino verso l’Est - volendo imparare a pregare, e soffrendo alla ricerca di un maestro, andarono nel vicino Oriente, in particolare nel deserto d’Egitto, dove incontrarono l’Abba Isacco e lo supplicarono i parlare loro della preghiera. I due giovani l’ascoltarono con crescente stupore, mentre l’Abate parlava loro del la preghiera continua; furono così infervorati che presero la decisione di “praticare la memoria continua della Santa Presenza di Dio”.
Il loro entusiasmo si raffreddò un poco quando l’un l’altro si domandarono: “come realizzare la preghiera continua?”. L’Abate Isacco li aiutò.
Cassiano attraverso la storia travagliata dell’Abba Serapione indica come la preghiera ci disponga e faccia sorgere nei nostri cuori i gemiti della preghiera di Gesù.
E’ soprattutto nella seconda Conferenza che si comprende meglio il senso del titolo del denso libretto: “Imparare a meditare”.
I modi di pregare nella prassi cristiana sono diversi: preghiera vocale personale, preghiera liturgica, preghiera mentale e finalmente preghiera del cuore. Queste ultime due sono due modalità della MEDITAZIONE.
La MEDITAZIONE è il procedimento per imparare l’attenzione, la concentrazione, cioè impariamo a prestare attenzione alla Presenza (attuale) di Gesù in noi.
“Nella preghiera meditativa ci prepariamo alla piena esperienza della personale presenza di Gesù dentro di noi, essendo questo “pleroma”, questa pienezza, la presenza personale del Padre e del Figlio e dello Spirito - l’intera vita della santissima Trinità vissuta dentro di noi”. (cfr. S. Paolo: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” Rm. 5,5 e I Cor. 3,16 : ‘‘Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?”).
Questa è un’affermazione basilare della nostra fede cristiana, che un cristiano appena catechizzato conosce però solo, e non sempre, in teoria in astratto.
La MEDITAZIONE ci aiuta a comprenderla pienamente, a liberarla, da tutte le astrazioni di proposizioni astratte per non dire stantie.
Nella MEDITAZIONE si cerca di vivere questa verità nella pratica, o meglio vivere e respirare questa verità.
Tutta la preghiera cristiana è consapevolezza crescente di Dio in Gesù.
E, per questa crescente consapevolezza, dobbiamo arrivare ad uno stato di non-distrazione, ad uno stato di attenzione e concentrazione, vale a dire di piena consapevolezza, coscienza e non v’è opposizione (discrepanza), tra preghiera contemplativa, preghiera vocale, preghiera liturgica; queste modalità di preghiera sono complementari e le possiamo praticare in questo modo, se le attuiamo o le conosciamo, per quello che davvero sono, cioè vie d’accesso all’eterna preghiera del Figlio Gesù, che è il Suo amorevole “rivolgersi” al Padre nella comunione d’amore che è lo Spirito Santo.
Ora lo scopo del piccolo volume è di esporre una particolare modalità per partecipare all’eterna supplica del Figlio: presenta, spiega, e ci introduce alla preghiera del cuore; in quel viaggio interiore di cui vi ho parlato all’ inizio ci fa passare dalla preghiera mentale a quella del cuore.
Con la mente ci si apre a quella a quella via di conoscenza più piena che è la conoscenza del cuore, o meglio dell’amore.
La preghiera del cuore è quella con cui non chiediamo a Dio qualcosa, ma semplicemente stiamo con Lui, che è in noi nello Spirito che Gesù ci dona. La MEDITAZIONE, come preghiera del cuore, ci unifica a Gesù nello Spirito: ‘‘Nemmeno sappiamo come pregare, ma lo Spirito stesso prega Dio per noi” (Rm. 8,26)
Il metodo specifico della MEDITAZIONE o preghiera del cuore proprio di John Main, non è un esercizio intellettuale nel quale riflettere su proposizioni teologiche o su profonde considerazioni.
In questa forma di MEDITAZIONE non vi è un pensare a Dio o alle Persone della Santissima Trinità, ma si cerca di essere con Dio, di essere con Gesù, di essere con lo Spirito Santo, non di pensare unicamente a Loro. Una cosa è sapere che Gesù è la rivelazione del Padre, ed è fondamentale, una cosa è sapere che Gesù è via verso il Padre, ed è essenziale, ma ben altra cosa è sperimentare la presenza di Gesù dentro di noi, sperimentare la dynamis del suo Spirito in noi, ed essere portati - in quell’esperienza - alla presenza del Padre Suo e Padre nostro.
Questa forma di MEDITAZIONE, o preghiera del cuore, riguarda non tanto il pensare quanto l’essere.
In questa preghiera contemplativa cerchiamo di diventare la persona che siamo chiamati ad essere in forza della nostra vocazione cristiana: non pensando a Dio, ma essendo con Lui, stando semplicemente alla Sua Presenza. In questo modo diventiamo la persona che Egli ci chiama ad essere: ci concentriamo sul nostro vero “io”, autentico “io” creato da Dio, redento da Gesù, divenuto tempio dello Spirito santo. Infatti con questa modalità non parliamo a Dio, non gli chiediamo qualcosa secondo i nostri bisogni, ma entriamo nelle profondità del nostro “io” interiore. Là dove lo Spirito di Gesù è in preghiera nei nostri cuori, nel grande silenzio della Sua unione con il Padre nostro nello Spirito, “lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26).
La preghiera contemplativa è apertura totale, in unione con la preghiera di Gesù. “... e Colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché Egli intercede per i credenti secondo i desideri di Dio” (Rm. 8-27).
Divenendo semplici:la nostra insicurezza ci rende assai complicati, per non dire confusi. Ed è proprio in questo passaggio, che s’inserisce quello che è lo specifico della preghiera contemplativa, così com’è insegnata e praticata dalla “Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana”.
Ora lo strumento per diventare semplici, secondo John Main, consiste nella ripetizione fedele, amorevole (e attenta) di una sola parola sacra nel tempo della MEDITAZIONE, chiamata con un termine sanscrito mantra.
Un metodo che possiamo ritrovare - fino ad un certo punto - nei Padri del Deserto, specialmente Cassiano, e nella tradizione della “Nube della nonconoscenza”.
A proposito di questo metodo per la preghiera del cuore o preghiera meditativa, mi ha molto colpito la motivazione evangelica che viene addotta: la povertà! Preghiera senza immagini, senza concetti: la preghiera della povertà.
La povertà del singolo versetto, secondo l’indicazione di Giovanni Cassianoo di una sola parola sacra, secondo la precisazione di John Main caratterizza questo tipo di MEDITAZIONE.
Oltrepassiamo dunque il piano della preghiera mentale per arrivare alla preghiera contemplativa, a questa pura esperienza di amore, nel nostro essere più interore.
Come arrivarci? Qui interviene il nostro carissimo Dom Laurence che ci risponde: “In questo metodo, divenendo silenziosi - si tratta di silenzio interiore, e - fin anche in un luogo molto rumoroso possiamo essere nel silenzio, se restiamo con-centrati, ossia in contatto con il nostro centro - divenendo quieti, cioè mettendo in equilibrio o in funzione tutte lo forze-energie che costituiscono la nostra persona (fisiche, mentali, spirituali), poiché l’irrequietudine del nostro corpo riflette non soltanto la tensione fisica, ma anche l’ansia mentale e la distrazione.
Occorre poi arrivare alla quiete mentale, il che è tutt’altro che facile.
Significa “perdere” la nostra vita per poterla “trovare”.
E’ la pratica della povertà radicale - nel centro del nostro essere, nel nostro cuore - dell’ascesi monastica, attraverso la fedeltà alla semplicità radicale del mantra.
Questa è una forma di preghiera che comprende sia la povertà essenziale, che la semplicità essenziale (“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 2). Il mantra non è una finalità in sé, ma è una via, verso la povertà e la semplicità dello spirito, che ci condurrà nell’assoluto silenzio, nell ‘unicità della pura preghiera.
Il mantra rende chiara la via per oltrepassare tutti i pensieri sul passato e sul futuro, e manifestarci - liberi da pensieri - la radiosa realtà del “qui ed ora”, ossia il momento presente, il momento di Cristo.
L’esperienza contemplativa è il semplice essere in piena consapevolezza nel momento presente. La MEDITAZIONE è la disciplina quotidiana che insegna a vedere Dio nel “qui e ora”.
Sono poi segnalate alcune indicazioni pratiche circa i tempi della MEDITAZIONE, il modo di prepararsi ad essa, e riguardo anche alla ripetizione della parola sacra o mantra - sia quanto all’arte della recita stessa, sia quanto alla velocità e frequenza da adottare - ed ancora circa la posizione del corpo da assumere.
QUALI FRUTTI?
Questa preghiera del cuore, in relazione alle altre forme della nostra partecipazione alla preghiera di Gesù - vocale, liturgica, mentale, ecc. reca questi frutti, secondo la testimonianza di John Main: “Avendo praticato nel corso di questi anni la forma di meditazione di cui vi ho parlato, l’Opus Dei - la preghiera della liturgia delle Ore - è diventata sempre più un piacere e sempre meno un dovere”.
Cassiano ci dice che attraverso questa pratica non ci limitiamo a leggere i salmi o a memorizzarli, ma arriviamo al loro significato profondo - non tramite la lettura del testo, ma con l’esperienza o quasi anticipandolo.
La conclusione di questo mio intervento, la prendo dalla risposta che Padre John Main dette alla domanda su come combacino la preghiera di petizione e la preghiera d’intercessione, con la preghiera meditativa: “Ma quando veniamo a meditare ci apriamo pienamente alla presenza inabitante di Dio dentro di noi, nella semplice fede che quella presenza è il “Tutto-in-tutti”.
I nostri cuori sono completamente aperti a quest’amore. E i nostri cuori sono, naturalmente, anche completamente aperti al Suo attento esame. Egli conosce esattamente tutti i nostri interessi, ogni nostro amore, tutte le nostre paure e ancor prima che vengano articolate. E in questa preghiera che giustamente è chiamata “preghiera di fede”, noi non li articoliamo, ma li offriamo a Lui in fedele silenzio.
Chi medita allora, non è un arido procacciatore di saggezza, ma un seguace di Cristo che viene a Lui, Fonte e Sorgente di ogni amore, che viene per essere colmato di quell’Amore per poi trasmetterLo.
CONCLUSIONE
Concludo citando un passaggio della “Lettera sulla vita contemplativa” di Thomas Merton: “Il contemplativo non ha nulla da offrirti se non rassicurarti e dirti che, se oserai penetrare il tuo proprio silenzio e oserai avanzare senza paura nella solitudine del tuo cuore e rischiare di spartire quella solitudine con gli altri solitari che cercano Dio, allora attraverso te e in te ritroverai veramente la luce e la capacità di capire ciò che va oltre le parole e le spiegazioni, perché egli è troppo vicino per poter essere spiegato: è nelle profondità del tuo cuore, l’intima unione tra lo spirito di Dio e la parte più intima e segreta del tuo essere, così che tu e lui siete un solo Spirito nella verità. Ti amo, in Cristo”.
Possiamo terminare con questa preghiera composta dall’ Abbadessa M. Canopi:
SILENZIO
Taccia, o Signore, dinanzi a Te
la veemenza delle nostre passioni,
che ci spingono all’empietà e alla violenza;
taccia la nostra sete di prestigio...
Taccia l’uomo di fango che è in noi
e avanzi l’uomo nato dal cielo
e al cielo unicamente proteso.
Immersi nel silenzio della tua presenza
ascolteremo la Parola
che tutto rinnova e ricrea
e conosceremo la gioia profonda
dell’umile confidenza in te,
Dio santo e immortale,
in te che, solo, puoi dare consistenza
al nostro nulla
assetato d’amore e santità.
Amen.